E se San Siro diventasse il nuovo Flaminio?


Anno 1953. 

Elvis incide il suo primo singolo “My Happiness”, Fausto Coppi diventa campione del mondo a Lugano, la RAI trasmette per la prima volta una telecronaca sportiva – il secondo tempo dell’incontro Italia – Cecoslovacchia, commentata dall’immenso Nicolò Carosio – e, lato cinema, la Vespa e Audrey Hepburn diventano famose in tutto il mondo, grazie a “Roman Holiday” di William Wyler, vincitore di 3 premi Oscar e più noto negli archivi del grande cinema di tutti i tempi come “Vacanze Romane”.

Quelle stesse vacanze nella Città Eterna a cui, secondo il fin troppo citato (e osannato, in modo inspiegabile, da una parte non trascurabile di tifosi italiani) recente editoriale di Stuart Barnes sul Times (che potete leggere qui https://www.thetimes.co.uk/article/keeping-italy-in-six-nations-is-only-good-for-the-money-men-vnvzjmb2w), è ora di dare un taglio. 

Molto è stato detto a riguardo, il punto di Barnes è, a tratti, comprensibile e i motivi per i quali l’Italia deve rimanere nel 6 Nazioni sono già stati ottimamente argomentati.
Preferiamo guardare e passare, senza però dimenticare l’ultima prestazione contro la Scozia, che ancora grida vendetta.

Anno 1953, 17 maggio.

La sesta tappa del Giro d’Italia parte da Napoli, si conclude a Roma e dopo 265 km l’arrivo diventerà la festa di inaugurazione del nuovo stadio della capitale, terminato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in vista delle Olimpiadi dii Roma ‘60. 

Lo Stadio Olimpico, dal 2012 casa dell’Italrugby.

Prima si andava al Flaminio, a cui sono legati i più dolci ricordi ovali, come la nostra prima partita nel 6 Nations, vinta contro la Scozia.

29 dei 34 punti fatti arrivano dal piede del favoloso Diego. Foto gazzetta.it

30000 posti circa, progettati su Viale Tiziano da uno dei più grandi ingegneri italiani – quel Pier Luigi Nervi autore anche, tra le altre cose, del Palazzetto dello Sport lì vicino – e che, oggi, versa in uno stato di totale abbandono.

Anno 2009, 14 novembre. 

Quel giorno, a San Siro, l’atmosfera è diversa. C’è sempre il fuorigioco, ma i pali delle porte hanno deciso, per una volta, di guardare più lontano della traversa e si è allungata la palla.

Il colpo d’occhio è da togliere il fiato. Italia – Nuova Zelanda – 2009. Foto Sky

Arrivano gli All Blacks al Giuseppe Meazza, quasi 70 anni dopo quella prima, storica, partita interna della Nazionale Italiana, vinta 3-0, giocata proprio a Milano.

Il boato di 80000 spettatori, una Nuova Zelanda poco fresca e un grande cuore azzurro regalano una giornata da ricordare. Si perde per 20-6, ma questi sono gli All Blacks, l’haka ha risuonato nel catino di fianco all’Ippodromo e, quando si sentono quelle parole maori, è sempre guerra.

Certo, evento di marketing fu, per riavvicinare una città dal passato glorioso a uno sport che non si è mai allontanato del tutto dall’ombra della Madonnina.

E proprio la sua eccezionalità lo rese quel grande, riuscitissimo evento di sport e unione raccontato con la pelle d’oca da tutti quelli che ascoltarono quell’Inno di Mameli e videro quelle lacrime di Mirco Bergamasco.

Anno 2020, oggi.

Il rugby italiano è ancora senza quello stadio esclusivo, dedicato solo alla palla ovale, che da troppo tempo viene promesso a tutto il movimento.

Ogni volta che il discorso viene affrontato, la soluzione è sempre quella che continua a non esserci.

Bisognerebbe recuperare finalmente il Flaminio, creare quella “casa del rugby italiano” possibile solo con un progetto condiviso e serio che possa riqualificare una splendida struttura, rendendola moderna senza stravolgere la sua natura, con buona pace di Soprintendenza dei beni culturali e parenti del progettista, la cui memoria sarebbe ulteriormente riconosciuta.

Ma concedeteci, conoscendo tempi e modi di funzionamento della macchina che dovrà essere messa in moto per riportare il Flaminio a un antico splendore, un rassegnato scetticismo, nella speranza di essere smentiti al più presto.

È notizia di questi ultimi giorni che San Siro potrebbe essere demolito, non essendoci i requisiti di vincolo storico, culturale o architettonico e le reazioni non si sono fatte attendere. Una buona parte di storia, non del nostro sport, è legata indissolubilmente alla Scala del Calcio e l’assenza di quel reticolo rosso sopra quelle torri a spirale grigie renderebbe indubbiamente Milano meno milanès.

Facciamoci allora ispirare da una provocazione.

Una Scala del Rugby.

Una cosa così impossibile da risultare favolosa e, probabilmente, ci piace proprio per quello.

Ma attenzione.

Nessun regionalismo.
Nessun desiderio di spaccare – ancora più di quanto sia spaccata ora – la nostra penisola ovale.
Nessuna volontà di spostare ulteriormente al nord il baricentro del nostro instabile equilibrio.

Solo una provocazione, dicevamo.

Una suggestione gentile che esce di scena piano, in punta di piedi, come Gregory Peck che attraversa, in silenzio, la Galleria della Sala Grande di Palazzo Colonna.