Corporatura robusta, testa rasata, barba folta e sguardo arcigno. Con queste parole si potrebbe descrivere un personaggio secondario di un romanzo di mare di Herman Melville o Patrick O’Brian. Uno di quei personaggi di contorno, ma ricorrenti nella storia e fondamentali per dare profondità e spessore al racconto. Questi sono anche gli attributi adatti a descrivere un giocatore poco appariscente, ma incredibilmente importante, come Scott Fardy, la cui storia lo ha portato da passare una intera stagione senza giocare una partita a essere titolare in una finale mondiale.

L’avventura rugbistica del nativo di Sydney è un bell’esempio di tenacia e abnegazione al lavoro, molto spesso lontana dai riflettori. Scott nasce a Sydney nel luglio del 1984 e fin da piccolo incomincia a praticare sport: rugby, ma non solo, anche baseball dove è compagno di squadra di un’altra terza linea leggendaria che risponde al nome di Rocky Elsom. Tuttavia la carriera di Scott Fardy non procede senza intoppi; nel 2007 viene messo sotto contratto dai Western Force, franchigia del Super Rugby con base a Perth. La prima e unica stagione passata sulla costa occidentale australiana è, però, una delusione, infatti non giocherà neppure una partita in tutta la stagione. La carriera professionistica della terza linea sembra essere già arrivata ad un punto morto quando arriva una chiamata dal Giappone. Il paese del Sol Levante è in quel momento in piena ascesa e attira diversi giocatori stranieri di alto livello, attratti dagli ottimi stipendi che i ricchi club nipponici possono garantire. Scott Fardy invece finisce a giocare per i Kamaishi Seawaves, squadra militante nella seconda divisione giapponese. Per sua stessa ammissione in quel momento la sua unica preoccupazione era di mettere da parte soldi sufficienti a comprare una casa; la possibilità di giocare una finale mondiale sembrava estremamente remota. Durante i suoi tre anni in Giappone matura molto come giocatore e si guadagna il rispetto di compagni e tifosi, dentro e fuori dal campo, e proprio in quel periodo avviene qualcosa che definisce appieno il personaggio. Infatti nel 2011 la città di Kamaishi viene colpita dal devastante tsunami, che tutti noi ben ricordiamo. In quei giorni drammatici l’ambasciata australiana contatta, come da prassi, tutti i cittadini australiani per organizzare il rimpatri, ma Fardy, invece, decide di rimanere in Giappone e con i suoi compagni si prodiga nell’aiutare la popolazione scaricando i camion di aiuti e distribuendo tutti i generi di prima necessità. La caratteristica tipica di Scott Fardy si trasferisce dal campo di gioco al suo esterno: aiutare gli altri, senza farsi notare.

Dopo questa esperienza, sicuramente drammatica, ma importante dal punto di vista umano per il terza linea arriva il momento del riscatto sul campo da rugby. Viene infatti messo sotto contratto dalla franchigia di Camberra, i Brumbies, squadra di punta in Australia. Inizialmente il suo acquisto doveva servire solo ad ampliare la rosa, ma in poco tempo, gli allenatori Laurie Fisher e Stephen Larkham si rendono conto di aver tra le mani un giocatore estremamente importante. Nella prima stagione a Canberra gioca 16 partite di cui 11 da titolare e si guadagna di diritto il posto in squadra. La stagione successiva arriva la consacrazione con l’approdo in finale del Super Rugby, persa contro i Chiefs, e la convocazione per la Nazionale australe. Il debutto a livello di Test Match è il più difficile, ma esaltante possibile. Contro gli All Blacks. In quella partita Scott Fardy è decisamente il migliore dei suoi e con una prova maiuscola si guadagna il posto anche in nazionale. Con la maglia oro dell’Australia colleziona 39 caps, un rugby Championship e una Finale alla Coppa del Mondo del 2015, e costituirà insieme a David Pocock e Michael Hooper uno dei reparti di terza linea più forte e completo degli ultimi dieci anni. Infatti accanto alla abilità offensiva di Hooper e alle incredibili capacità nel breakdown di Pocock era necessario un giocatore che facesse il lavoro sporco, pulisse le ruck, portasse avanti palloni difficili, lavorasse in difesa e facesse tutti quei compiti fondamentali su un campo da rugby ma di poco appeal mediatico e che spesso passano sotto traccia. Quello è il lavoro perfetto per un giocatore gregario, ma leader con l’esempio, come Scott Fardy, che a suon di prestazioni importanti si è guadagnato il rispetto a livello internazionale.

L’ultima parte della sua carriera, ancora in corso, è il giusto riconoscimento alle qualità del giocatore australiano. Infatti all’inizio della stagione 2017/2018 il Leinster è alla ricerca di un giocatore per rinforzare il proprio pack. Per policy della federazione irlandese l’acquisto da parte delle quattro franchigie di giocatori esteri e non convocabili o equiparabili per la nazionale maggiore è fortemente vincolato nei numeri e sottoposto al controllo dei vertici federali. Per ciò il profilo dei giocatori ricercati deve essere di altissimo livello e, non a caso, la scelta di Leo Cullen e staff ricade proprio su Scott Fardy. A Dublino è ancore forte il ricordo di un altro australiano, sempre terza linea, che ha avuto un grande impatto sulla franchigia e che da giovane aveva incrociato il percorso del nostro protagonista, ovvero Rocky Elsom. Fardy raccoglie rapidamente l’eredità del connazionale ed entra facilmente nei cuori dei competenti appassionati di Dublino. Benchè venga utilizzato principalmente come seconda linea il work rate di Fardy rimane altissimo e le sue caratteristiche si adattano al gioco di Leinster dove può combinare le sue abilità palla in mano con la sua ruvidità. In Irlanda Scott si toglie diverse soddisfazioni vincendo due titoli del Pro14 in fila e raggiungendo due finali di Champions Cup, vincendone una.

La storia di Scott Fardy è l’esempio perfetto dell’unsung hero, del gregario, dell’aiutante del protagonista, che con il lavoro lontano dai riflettori permette ai propri compagni di esprimersi al meglio. È il giocatore fondamentale, ma troppo spesso poco riconosciuto, che si sente soprattutto quando manca.

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