E no, non possiamo pensare di avvicinarci, in questo momento, al loro livello. 

Cadere nel solito equivoco – dettato da un paragone, tutto sommato comprensibile ma non applicabile al mondo ovale, tra la nostra storia e la loro – che l’Argentina sia un’Italia che ci ha creduto farebbe poco i conti con la realtà dei fatti, la storia dello sport e un’onestà intellettuale di cui il nostro rugby è imbevuto.

La disse giusta il nostro ex CT francese Brunel, qualche anno fa: “Chi ci paragona ai Pumas, non sa niente di rugby”. 

Eppure, il confronto tra le due idee di gioco è emerso più di una volta, in vari discorsi, spesso per mascherare un velato desiderio di infierire – talvolta a ragione, talvolta senza la giusta cognizione di causa – sullo stato impietoso del nostro movimento. 

Nelle prossime righe saranno usati molti aggettivi – perlopiù, ovviamente, positivi – riguardo la crescita e l’attuale condizione del XV argentino ma, per fare un esempio, “miracoloso” non sarà certo tra questi. 

La vittoria di oggi contro gli All Blacks può essere stata una sorpresa, certo, ma è stata soprattutto la riga tirata sotto una somma algebrica, dove sono stati messi a confronto un lavoro di svariati anni, momenti difficili di caduta e risalita, un grande allenatore come Cheika e un lavoro di formazione individuale che ha creato una vera e propria “scuola argentina”.

Buenos Aires non è stata costruita in un giorno

A rugby, dalle parti di Buenos Aires, si gioca da più di un secolo e, fino agli anni ‘60, il gioco era tradizionalmente legato all’elìte argentina. Nei college privati che guardavano alla Gran Bretagna, frequentati dai giovani rampolli borghesi, la palla era ovale, perché il pallone rotondo era una cosa che potevano calciare tutti e, quindi, non era adatto alla crescita della nuova elìte. Ma dal dopoguerra, questa etichetta ha cominciato a scolorire, lasciando spazio al coraggio di ogni fascia della popolazione e a qualsiasi ideologia di sorta – che Ernesto Che Guevara fosse un appassionato e agguerrito giocatore è risaputo. La storia del rugby in Argentina la lasciamo a chi, molto meglio di noi, può raccontarla e illustrarne zone chiare e contraddizioni, ma sfruttiamo il breve incipit per chiarire che i Pumas, come sono stati erroneamente chiamati durante un tour in Sudafrica nel 1965, non sono cosa dell’altroieri, ma un percorso tortuoso, transitato non del tutto incolume al professionismo ma dalle indubbie soddisfazioni. Solo i Lions britannici non sono mai caduti al cospetto della maglia biancoceleste e il loro percorso ha formato giocatori di altissimo livello, alcuni a noi ben noti: Castrogiovanni, Orquera, Canale, Pez per arrivare al grandissimo Diego Dominguez e alla bandiera Sergio Parisse (nato e cresciuto sì in Argentina, ma italianissimo di padre). 

E forse è proprio questo uno di quei punti di contatto che, spesso, ci trae in inganno e ci spinge a confrontare la “garra” e la “cazzimma”, come se bastassero loro a decidere le sorti di una partita di rugby. Certo, sono indispensabili e in grado di controllare il momentum, cambiando la direzione di una partita, ma dietro ci devono essere molto lavoro e solida organizzazione, a ogni livello.

“I’m playing for my country”

Il video di Matera che rivendica rispetto non è solo una cosa bella per il morale o uno spot per l’attaccamento alla maglia. Quelle parole sono molto di più, lette tra le righe. Sono il riassunto di uno stile di rugby, sempre al limite del regolamento e ogni tanto un po’ più in là, che porta più di una nazionale – e la Nuova Zelanda, va ammesso, ci è cascata completamente con Frizell e Coles – a cadere in scaltri tranelli sul campo della disciplina e a far prevalere la pancia sulla testa, il lato emotivo sul lato razionale. Una “guerrilla” mentale che ha trascinato ancora di più gli All Blacks verso il fondo di quelle sabbie mobili, fatte di arroganza e supponenza di aver vinto ancora prima del fischio d’inizio, che hanno costretto i kiwi a giocare senza creatività e in modo prevedibile. 

Un atteggiamento non nuovo – manifestatosi anche la scorsa settimana nell’ultimo scontro di Bledisloe cup contro l’Australia e sicuramente un aspetto su cui coach Foster dovrà lavorare con costanza per riportare la squadra ai livelli del suo predecessore Steve Hansen – che, unito a una momentanea mancanza di leadership indiscussa all’interno dello spogliatoio dopo l’addio di Read, ha portato la bilancia della partita a pendere con decisione in favore dei Pumas, regalandoci una pagina di storia che verrà ricordata per molto tempo.

Una seconda primavera

Se nell’emisfero Australe ormai è bella stagione inoltrata, al di sopra dell’equatore le foglie si sono già fatte gialle e rosse, portandoci con leggero ritardo rispetto al calendario stagionale a quella Autumn Cup che allarga il fronte internazionale del 6 Nations e cerca di mettere varietà alla pratica dei test match autunnali. 

Prima partita, prima cartina al tornasole della nostra situazione contro una Scozia senza Finn Russell ma comunque capace di portare a casa i 5 punti. La solita solfa, quindi? Assolutamente no.

Firenze è città di dolci ricordi ovali contro Sudafrica e Georgia, in primis, e le aspettative per la partita di oggi non erano così negative. Addirittura, qualcuno sperava nel colpaccio capace di togliere quello 0 alla voce “vittorie” che è indiscusso protagonista delle nostre classifiche da ormai 5 anni. Il primo tempo è stata una grande iniezione di fiducia, avanti nel risultato ma, soprattutto, nella performance grazie a un buon lavoro dei trequarti e a una mischia azzurra, possiamo dirlo, dominante contro un pack scozzese in evidente difficoltà.

Purtroppo l’oro non ha luccicato fino alla fine. Una dormita difensiva, dettata dal solito vizio di giocare non “al fischio” – finchè l’arbitro non ferma l’azione il pallone è sempre in gioco – ha permesso a Fagerson di varcare indisturbato la linea di meta, consentendo alla Scozia il sorpasso fatale per le nostre ambizioni. Demoralizzati dalla risalita scozzese e, ahinoi, dal brutto infortunio occorso al nostro baluardo Polledri – a cui va tutto il nostro affetto e incoraggiamento – gli Azzurri hanno accusato il colpo subendo le mete di Cummings e Turner, a giochi ormai chiusi.

Ma, come accennavamo in precedenza, gli spunti interessanti non mancano. La linea giovane – quella che potremmo chiamare “Generazione 6 Nazioni”, formata da giocatori nati quando già l’Italia ospitava il torneo al Flaminio – sta sfornando talenti dall’ottimo potenziale. Splendida partita di Fischetti e Zilocchi in prima, solida prestazione di Garbisi all’apertura, pochi ma molto incoraggianti minuti per un Federico Mori di cui sentiremo molto parlare in futuro. Che il lavoro di Stephen Aboud (che abbiamo già incontrato qui https://www.thewingers.it/it/il-rugby-e-uno-sport-semplice-ma-non-facile/) stia cominciando a dare i suoi risultati? Si vedrà. Il tempo è sempre gentiluomo e darà la sue risposte, ma di sicuro questa si sta rivelando una buona strada per cercare di colmare il gap che ha coinvolto gran parte della generazione tra i 25 e i 30 anni.

Intendiamoci, non è una vittoria morale, e neanche un pareggio. 

Ma non dobbiamo far ricadere sulle nuove generazioni i risultati degli anni passati, soprattutto ora che cominciamo a vedere in prima squadra – con fruttuosi esiti – i componenti di quell’Italia U20 che tanto ha fatto bene finora. 

Sarebbe sbagliato nella vita, figuriamoci nel rugby.

Ultime righe dedicate alla seconda partita del torneo, giocata da Inghilterra e Georgia sotto l’acquazzone di Twickenham. Le condizioni metereologiche che, in teoria, avrebbero dovuto agevolare leggermente il gioco monocorde di mischia dei georgiani hanno solamente accentuato le differenze tecniche e tattiche tra le due squadre. 

Partita utile sotto due aspetti: l’Inghilterra ha, di fatto, effettuato un buon allenamento per la mischia contro una nazionale dodicesima nel ranking – i cui coefficienti forse andrebbero rivisti, alla luce di questa prestazione – e, forse finalmente, si smetterà parlare della Georgia come nostra probabile sostituta nel 6 Nazioni, riferendoci alla solita, stantìa polemica, spesso perpetrata oltremanica.