Nel corso degli ultimi anni, il rugby ha subìto evoluzioni in molti aspetti del gioco.

Preparazioni fisiche e atletiche di livello sempre più alto, l’attenzione ai dettagli e le analisi degli avversari, la ribalta di allenatori provenienti dal rugby league, specializzati nella fase difensiva – Shaun Edwards e Andy Farrell ad esempio. Tutti elementi che hanno portato a fasi difensive sempre più efficaci, dalle tattiche rivoluzionarie come la blitz defence e la difesa rovesciata, con conseguente aumento di difficoltà per gli attacchi nel trovare spazi.

In risposta a questi cambiamenti, l’attacco può fare sempre riferimento alle fasi statiche – rimesse laterali e mischie chiuse – par trovare piattaforme utili allo sviluppo del proprio gioco. Situazioni in cui la difesa si trova ad avere il proprio pacchetto di mischia raggruppato in una zona ben ristretta del campo, coi trequarti a coprire la larghezza del campo restante e lo spazio in profondità. Chi attacca ha, così, la possibilità di assorbire gli avanti avversari, schierare la propria linea arretrata partendo da posizioni predefinite e utilizzare movimenti codificati che vengono riproposti più volte all’interno del proprio piano di gioco – anche a distanza di anni – una volta affermata la loro efficacia.

Un esempio magnifico di questa tipologia di situazione è la giocata in prima fase da rimessa laterale attuata da Leinster, vista in più di un highlights e qui riportata contro tre diverse squadre in 8 anni. Cardiff Blues nel 2012, Northampton Saints nel 2019 e Zebre qualche settimana fa.

Partiamo, con ordine, dalla prima meta in elenco.

L’azione parte da una touche poco fuori dai 22 difensifi di Cardiff, lato sinistro del campo. La palla è vinta con facilità da Leo Cullen (attuale Head Coach dei Dubliners), trasferita al mediano Reddan e mossa rapidamente a Heaslip. Al suo esterno, Sean O’Brien detta una linea di corsa stretta e incisiva, mentre il numero 8 muove la palla alle spalle del compagno verso Sexton. La forza dei due ball-carrier interessati e, soprattutto, la credibilità delle loro linee di corsa fanno sì che i difensori fissati siano addirittura quattro.

Heaslip e O’Brien impegnano 4 difensori

A questo punto, Johnny Sexton ha il compito di fissare a sua volta il difensore rimasto isolato fuori dalla linea e servire al suo interno l’ala chiusa, Fitzgerald che, dopo un’iniziale corsa in diagonale, è bravo a raddrizzare la sua linea e farsi trovare pronto all’interno.

La linea di corsa di Luke Fitzgerald

L’ala riesce a bucare facilmente al difesa, precedentemente fissata ottimamente da Heaslip e O’Brien. La ferita è profonda e al 34 volte internazionale irlandese non resta altro da fare che giocare un banale 2 contro 1 contro l’estremo avversario Halfpenny e servire a O’Driscoll la più facile delle mete dopo una grandiosa linea di sostegno.

Ora, portiamo l’orologio avanti di 7 anni.

Medesima situazione di gioco, cioè touche sul lato sinistro, appena fuori dai 22.

Dopo la conquista, Leinster finge di impostare una cassaforte per assorbire il pack avversario. Van der Flier si stacca dalla coda del raggruppamento, serve il mediano McGrath che, come Jamie Heaslip poco sopra, ha il compito di servire la propria apertura alla spalla del compagno che si prende una linea di corsa a stringere la difesa – in questo caso Henshaw. Quest’ultimo e McGrath fissano ottimamente la difesa, alle loro spalle Byrne e Lowe sono pronti a ricevere il pallone, attaccando l’ultimo difensore rimasto della linea con un 2 contro 1 e, all’esterno, Ringrose inizia la sua traiettoria di corsa.

Leinster isola il difensore per giocare il 2 contro 1

L’apertura di Dublino fa un ottimo lavoro nel fissare il centro avversario, così da creare lo spazio più largo possibile alla propria ala, agevolata oltretutto da un’ostruzione d’esperienza dei compagni di squadra ai danni dei difensori di Northampton, costretti a un fatale ritardo.

Byrne fissa l’avversario e spazio creato per Lowe

Ricevuto l’ovale, l’ala di origine neozelandese e irlandese d’adozione riesce a infilarsi nel gap creato dal movimento offensivo. Frattura a cui Biggar e Proctor cercano di porre rimedio in maniera efficace ma, comunque, in ritardo. Il placcaggio del 10 gallese è buono ma lascia a Lowe la possibilità di incantare l’Aviva Stadium con un magnifico offload verso il proprio centro che, come il suo predecessore, è abile a farsi trovare puntuale all’appuntamento con la meta.

L’offload di Lowe per Ringrose

Terzo e ultimo esempio preso in cosiderazione da questa piccola analisi, il movimento vincente espresso contro la franchigia di Parma qualche settimana fa.

Touche sempre sul lato sinistro ma, stavolta, dentro ai 22 avversari. Lancio di Sheehan, Molony prende l’ascensore e va a prendere il pallone grazie al grande lavoro di tutto il pack che finge la formazione di una maul, traendo in inganno la linea avversaria. Il pallone viene mosso velocemente dal flanker Penny che sfrutta la veloce corsa di Sheehan che si propone come mediano di mischia, attaccando la frattura e creando la superiorità numerica innescata dal cambio di verso di McGrath che, dirigendosi verso il lato chiuso del raggruppamento obbliga Casilio a seguirlo.

Masselli sale ma non riesce a scivolare verso l’interno, placcando efficacemente il tallonatore di Leinster e lasciando, di conseguenza, strada libera a Dave Kearney verso la linea di meta. Da notare, sul finire dell’azione, la presenza del centro irlandese dai capelli rossi Ciaran Frawley a sostegno di Kearney, pronto a concludere l’azione alla maniera di O’Driscoll e Ringrose ma il cui supporto, in questo caso, non si è rivelato necessario.

Tre mete in fotocopia. Interpreti diversi che si sono succeduti nel corso della legacy della Provincia di Dublino, ma medesimo risultato.

L’esempio di come le fasi statiche siano fondamentali per il gioco offensivo moderno e di come i giocatori di Leinster sappiano eseguire il movimento offensivo con la massima precisione, alla massima velocità, con linee di corsa, tempismo e gestualità impeccabili.

Un copione provato, riprovato e rappresentato più volte nel corso degli anni – come accade alle grandi opere teatrali – e che ha, ormai, un posto riservato nell’assai voluminoso e interessante playbook di Leo Cullen.