A chi non è mai capitato, a seconda dell’età anagrafica, di ascoltare e rivivere, nell’arco della nostra vita, una storia di pirati?

Velieri, cannoni, esplosioni.

Cose fuori dal tempo, da romanzo. Salgari le ha raccontate molto bene – e il titolo dell’articolo si rifà a uno dei suoi romanzi più famosi, ambientato però in terra malese – e il fascino di alcuni recenti film Disney ha riportato alla ribalta un mondo di scontri con le spade, Jolly Roger e botti di rum.

Cicatrici e grandi bevitori a parte, un mondo che sembrerebbe totalmente agli antipodi rispetto all’essenza, alla narrazione e alla retorica del nostro sport. Condizionale d’obbligo perchè, in realtà, nel rugby internazionale è in atto, da ormai molti anni, un vero e proprio fenomeno di “azione brigantesca per impadronirsi di beni altrui in vista di fini personali”, come recita il dizionario, da parte di molte Federazioni.

Una battuta che non è una battuta, “mate”

Ospite in uno dei più seguiti show dedicati alla palla ovale – “The Breakdown” su Sky Sport – qualche giorno fa, il tecnico australiano Eddie Jones, alla domanda di Lils Muliaina sulle squadre che si giocheranno il nuovo Super Rugby Aotearoa, non si è fatto sfuggire l’occasione di stuzzicare il popolo All Blacks, regalando a pubblico e presenti un piccolo momento di ilarità che, al di là di qualche risata sdrammatizzante, merita una riflessione un po’ più approfondita.

“Ah, Ci sono un sacco di giovani interessanti, non so come facciate. In realtà lo so, è perchè avete tre delle più grandi Academy del mondo: Fiji, Samoa e Tonga” (qui il momento del “joke”  https://youtu.be/nSq4z1LFIxA?t=800).

EJ si ama o si odia.
La semplice incapacità di essere banale ogni volta che si trova di fronte a una domanda, il “mate” usato come intercalare, il sorriso sornione e il gusto che prova nello scherzare e infastidire i Kiwi a ogni opportunità sono alcune di quelle certezze che, negli anni, hanno plasmato la figura – personale e professionale – di uno dei più influenti coach del rugby moderno.

E questa battuta, nonostante il sorriso di cui sopra, dice una grande verità su un problema da molti riconosciuto, ma che fatica a trovare una soluzione concreta: la difficoltà delle tre nazioni del pacifico a trovare un posto nel rugby professionistico moderno.

L’isola che non c’è

Fiji, Samoa e Tonga sono dei paesi relativamente poveri – i loro PIL pro capite si aggirano verso la 100° posizione mondiale – e hanno una popolazione combinata di circa 1 milione e 200 mila abitanti (rispettivamente 900.000, 200.000 e 100.000).

Eppure, forniscono circa il 20% dei giocatori professionisti in giro per il mondo, a dimostrazione dell’incredibile predisposizione fisica, atletica e culturale al rugby di questi Paesi.

Questa quasi innata abilità di giocare a rugby e le grandi difficoltà economiche di questi paesi sono il principale alibi che le più grandi potenze rugbistiche del mondo utilizzano per sfruttare queste “risorse” a proprio vantaggio.

Per molti ragazzi isolani l’unica possibilità di guadagnare a sufficienza per mantenersi e mantenere la propria famiglia è mettere in una valigia le scarpe coi tacchetti e il paradenti ed emigrare verso nazioni rugbistiche più ricche.

In passato la meta principale era la Nuova Zelanda, dato il forte legame alle isole del Pacifico da legami culturali, e nella nazione degli All Blacks molti isolani hanno trovato fortuna, alcuni diventando punti fermi della nazionale d’adozione (Sitiveni Sivivatu forse il nome più famoso).
In seguito anche l’Australia è diventata meta di emigrazione e la maglia green and gold è stata indossata da diversi giocatori isolani (il più recente è Marika Koroibete).
Poi, ovviamente, si sono aperte le porte della più ricca Europa dove molti giocatori hanno trovato una vera e propria seconda casa – come Manu Tuilagi, Taulupe Faletau o i fratelli Vunipola – e infine la bandiera d’arrivo di questi viaggi si è spostata dall’altra parte del mondo, nel Giappone dei club dalle grande disponibilità economiche, dove la nazionale del Sol Levante non si è fatta sfuggire la grande opportunità di attingere a piene mani da questo bacino sportivo.

Questa situazione, figlia delle condizioni economiche e politiche globali, ovviamente esula – per molti aspetti – dal rugby. La ricerca delle migliori condizioni di vita per sè e per la propria famiglia è una cosa assolutamente normale, che accomuna tutti.
Tuttavia, i Paesi più evoluti dal punto di vista rugbistico e, soprattutto, economico, non fanno nulla per nascondere i loro scrupoli, approfittando – forse oltre il necessario – delle quantomeno generose regole di eleggibilità stilate da World Rugby e facendo man bassa di talenti del Pacifico.

Tutto il mondo è paese

La questione non riguarda solo il rugby internazionale, ma si lega a doppio filo con il rugby di club, dai risvolti ancora più spiacevoli.

Non è un segreto che i club, al momento della firma o del rinnovo dei contratti, facciano grosse pressioni sui giocatori isolani per abbandonare la carriera internazionale e rinunciare alla chiamata della propria nazionale in occasione dei test match o dei tornei. Benché questa pratica sia, di fatto, vietata dalla regolamentazione internazionale – in particolare dalla Regulation 9 di WR – è emerso quanto questa sia ormai una prassi comune, specialmente nei mesi precedenti la Coppa del Mondo.

Con un margine di trattativa prossimo allo zero, i giocatori si trovano così costretti ad accettare queste ignobili richieste e a rinunciare alla propria nazionale, in favore di un contratto con il proprio club e di una carriera non infinita che permette di provvedere alla famiglia rimasta a chilometri di distanza.

Altra problematica, il valore che viene dato ai giocatori isolani.

In un recente video disponibile sul canale del Pacific Rugby Player Welfare, l’internazionale samoano Eliota Fuimaono-Sapolu ha raccontato, con parole forti ma assolutamente condivisibili, come nella sua carriera gli sia stato detto più volte che non poteva pensare di guadagnare come i giocatori internazionali di Scozia o Inghilterra.

I giocatori isolani sono considerati fondamentalmente come manodopera a basso costo che, provenendo da realtà povere e bisognose può essere reclutata al risparmio, a vantaggio di quel rugby che sta diventando sempre più usurante e che necessita di gladiatori a basso costo per far andare avanti lo spettacolo.

Su questo argomento si spende molto l’associazione Pacific Rugby Players Welfare (qui il link al canale YouTube https://www.youtube.com/channel/UCZNPXYIdqMdGUbxDvOui93g) che si batte per tutelare il rugby nelle isole del Pacifico, fornendo supporto ai giocatori isolani nell’affrontare al meglio, senza esserne travolti, il mondo del rugby professionistico.

Questa è una tematica sulla quale si gioca molto della credibilità di World Rugby e di tutto il movimento rugbistico.

Se il rugby isolano si ritrovasse travolto dal rugby iper-professionistico e fosse ridotto a una componente marginale per favorire e spostare il business su mercati più remunerativi – privi della storia e della cultura rugbistica di quelle piccole isole in mezzo all’oceano – sarebbe una sconfitta certa per questo magnifico sport.

Ma stiamo a vedere, manteniamo il finale aperto proprio come farebbe Salgari.