La finale di Champions Cup, disputata presso l’Ashton Gate di Bristol, ha consegnato agli Exter Chiefs il primo trionfo europeo della loro storia e, contestualmente, ha condannato il Racing alla terza sconfitta su tre apparizioni nella finale della massima competizione per club.

La partita è corsa sui binari dell’equilibrio per tutti gli ottanta minuti e lo scarto finale di soli quattro punti evidenzia quanto sia fine il margine tra le due squadre che, pur essendo allo stesso livello, hanno una storia, un percorso differente e giocano un rugby molto diverso fra loro.

La squadra di Rob Baxter, head coach dal 2009, prima giocatore del club per 14 stagioni di cui 10 da capitano, ha approcciato la partita con la solita struttura di gioco della squadra del Devon.

Uno dei capisaldi è la decisione di non giocare nella propria metà campo. Infatti quando i Chiefs si sono ritrovati in possesso della palla nella propria metà la scelta è stata quella di calciare: sia dalla base sia nelle situazioni di recupero in cui forse era possibile contrattaccare. La scelta, pragmatica, è quella di giocare nella metà campo avversaria e forzare gli avversari all’errore, come successo in occasione della prima meta di Exeter: su una palla di recupero Nowell calcia lungo in touche e sulla rimessa veloce giocata da Iribaren guadagna un calcio di punizione che permette ai Chiefs di installarsi nei 22 avversari e successivamente marcare la meta.

La squadra parigina invece, forte delle innumerevoli individualità della propria rosa, opta in genere per uno stile di gioco differente, fatto di grandi movimenti dell’ovale sull’ampiezza, anche nella propria metà campo, sia con le mani sia con i deliziosi cross-kick e chip di Finn Russell

Questo stile di gioco mette sotto grossa pressione le difese avversarie costrette a contenere le cariche di giocatori potenti come Chat, Colombe e Chavancy ma anche a dover rincorrere in spazi allargati i pericolosi tre quarti parigini. Cosa che ha messo in seria difficoltà Exeter, dotata di un pack potente ma meno mobile, che in diverse occasioni si è trovata in difficoltà nel contenere Zebo, Wakatawa e Imhoff.

Una strategia come questa, tuttavia, specialmente in una finale, è ad alto rischio e in un paio di occasioni ha esposto la squadra di Mike Prendergast a pericolosi turnover, uno dei quali ha portato alla meta per intercetto di Slade.

Un altro aspetto fondamentale del gioco dei Chiefs è l’incredibile efficacia del pack in prossimità della linea di meta. Quando infatti il gioco arriva a 5 metri della linea di meta avversaria la squadra del Devon è implacabile nel macinare terreno con i pick and go; la meta è quasi sempre inevitabile. Questo gioco è ormai il marchio di fabbrica della squadra di Baxter, forse non sarà molto spettacolare ma, come detto i commentatori inglesi “it’s not pretty, but it’s not a beauty contest”. Come non essere d’accordo. Come nella vita, ci sono occasioni in cui si indossa il frac e altre, invece, in cui serve l’elmetto da minatore.

La vittoria dei Chiefs più che essere una vittoria di uno stile di gioco su un altro – quattro punti di scarto in una partita del genere non sono nulla –  è soprattutto la vittoria di un modo di intendere lo sport.

Da una parte abbiamo una squadra storica e blasonata, tornata in auge nell’ultimo decennio grazie a investimenti importanti, che è riuscita a mettere insieme talenti francesi con altrettanti talenti stranieri grazie alle grandi disponibilità economiche.

Una plastica rappresentazione di quel TOP14 che ha fatto girare la testa, con i suoi generosi ingaggi e la collaudatissima macchina mediatica, a più di un fuoriclasse straniero che, con le tasche piene, si è ritrovato sul prato sintetico di quella Défense Arena, tanto moderna e futuristica quanto simbolo di un rugby sfarzoso che sacrifica una curva in favore di un maxischermo – cosa che ha fatto storcere il naso, con buona ragione, agli appassionati più tradizionalisti.

Dall’altra abbiamo una squadra di provincia, proveniente dalla quella Cornovaglia di profonda periferia, terra condivisa da pescatori e minatori. Una squadra che 10 anni fa era non era nemmeno in Premiership e che è riuscita a costruire un percorso vincente e, soprattutto, un’identità ben definita.

Un gruppo radicato nel territorio e in una città, Exeter, che vive di rugby, composto da un gran numero di giocatori locali, cresciuti nel vivaio e diventati col tempo star internazionali: Cowan-Dickie, Slade, i fratelli Simmonds, Nowell, ma anche Woodburn, Maunder e Moon, coadiuvati da qualche star (Hogg e Gray) e giocatori che nel Devon hanno trovato una seconda casa come Gareth Steenson, reietto del rugby irlandese diventato colonna portante dei successi dei Chiefs.

Due modi di giocare e di concepire il rugby molto differenti tra di loro che ci hanno regalato una delle più belle partite degli ultimi anni.

Una diatriba senza esclusione di colpi tra Francia e Inghilterra – per fortuna durata, stavolta, meno di cent’anni – dal risultato che ha visto, come successo in Challenge Cup settimana scorsa, la vittoria della seconda sulle prima, regalando un meritato lieto fine al lato più romantico della vicenda.

Lato romantico che ha poco da stare allegro, in ogni caso.

Vista la direzione presa dai maggiori timonieri di questo sport negli ultimi anni, dovrà impegnarsi non poco per ripetersi in futuro.