A vedere gli ultimi risultati si potrebbe dire, se non tutto, comunque molto.

E la partita di Dublino, colpevole solamente di aver mostrato una nazionale in grossa difficoltà in quasi tutti gli aspetti del gioco, ne è la triste conferma.

I 50 punti subiti sono la cartina al tornasole di una squadra che fatica a tenere il ritmo degli avversari, in netto ritardo dal punto di vista di organizzazione e abilità individuali. Uno dei punti di maggior preoccupazione è la fase offensiva, dove il gruppo di Franco Smith ha mostrato idee molto confuse che, unite a una costante incapacità di avanzare, hanno reso gli ottanta minuti un lungo e doloroso calvario.

La sensazione che gli azzurri siano scesi in campo senza un solido piano di gioco sembra emergere già dalla prima azione. Sul calcio di inizio irlandese la palla viene ben recuperata dagli azzurri che impostano una maul. Indubbiamente, questa è una buona piattaforma per calciare il pallone, guadagnare terreno e portare pressione sugli avversari. Invece, il pallone viene mosso al largo dove non c’è alcun vantaggio numerico.

Inoltre, la qualità dei passaggi non eccelsa porta Morisi a trovarsi immediatamente placcato, rischiando così un turnover. Subito emergenza per gli Azzurri che riescono, nonostante la pressione, a eseguire una buona exit strategy, obbligando tuttavia Garbisi a calciare 20 metri indietro rispetto alla maul iniziale.

Altre problematiche emergono nell’azione offensiva al minuto 19.

Si parte da una maul da rimessa laterale, strumento utile per cercare di avanzare e assorbire il pack avversario. Peccato non venga raggiunto nessuno dei due obiettivi descritti.

Difatti, l’avanzamento è nullo, con solo 5 irlandesi impegnati nel raggruppamento a fronte di 8 avanti italiani (dalla clip si possono vedere Stander, Herring e Connors schierati nella linea difensiva).

Nonostante la difesa non sia stata impegnata in maniera efficace, Violi e compagni decidono di spostare il pallone al largo senza guadagnare avanzamento (maul e ruck successiva sono sulla stessa linea).
Le tre cariche degli avanti e altrettanti cambi di fronte portano Polledri a ricevere il pallone da fermo e concedere il turnover.

Da questa azione offensive emerge sì la voglia di giocare e muovere il pallone, ma per farlo efficacemente è necessario prima di tutto avanzare per destabilizzare la difesa, altrimenti si gioca nelle mani dell’avversario.

I medesimi problemi emergono nella principale azione giocata all’interno dei 22 metri irlandesi, ben 16 fasi verso la fine del primo tempo.

Anche in questo caso l’azione parte da maul, dove i ragazzi riescono a guadagnare qualche metro a fronte dei 10 uomini impegnati nel raggruppamento.  Le fasi successive vedono lo spostamento del pallone a seguito di cariche direttamente dal passaggio del numero 9. L’efficacia è scarsa, i metri guadagnati pochi visto che i nostri avanti ricevono il pallone molto spesso da fermi, senza abbrivio sufficiente per vincere la collisione.
L’azione si trascina per altre fasi, con un po’ di avanzamento generato dalle azioni individuali di Zilocchi e Fischietti, ma la fase di gioco prolungata inizia a stancare i nostri giocatori e mette in mostra un’organizzazione offensiva ancora da rodare. Dopo 15 fasi, Negri riceve il pallone completamente isolato, rischiando di perdere il possesso per l’ennesima volta. Nonostante la difficoltà e la disorganizzazione, Violi decide di muovere il pallone verso il suo compagno di squadra Bellini il quale è preda della difesa irlandese e viene concesso, di nuovo, un turnover che porterà alla marcatura di Keenan.

Negli ultimi fotogrammi della clip, durante la carica di Bellini si può vedere come ben 14 giocatori italiani siano concentrati in un piccolo fazzoletto di campo, segno purtroppo evidente di una disorganizzazione dovuta forse alla fatica, ma anche alla mancanza di una struttura adeguata.

Un altro esempio di cattiva scelta di gioco avviene nel secondo tempo.

L’azione parte da una touche vinta davanti – per gli ortodossi del rugby non la scelta migliore se la volontà è di giocare al largo – e successiva maul.  Il pallone viene sposato da Violi verso Canna che viene placcato dietro la linea del vantaggio. La ruck è veloce, ma la difesa non è stata sbilanciata e può, sullo spostamento al largo, salire con aggressività e catturare Hayward nel proprio campo. A questo punto, alla mediana italiana non resta altra opzione che usare il piede, altro punto dolente dell’intera partita.

Quasi mai i calci sono stati effettuati in un modo tale da dare la possibilità agli azzurri di recuperare o comunque contendere il pallone, e ne vediamo subito due esempi.

Nel primo, il calcio di Garbisi, resosi necessario dopo 4 fasi confuse senza avanzamento, è troppo lungo e concede una liberazione tutto sommato agevole.

Nel secondo, è il calcio dalla base di Violi a essere troppo lungo e il chase inesistente. Questo permette a Conway di contrattaccare agilmente, portando a due fasi successive irlandesi semplici ma efficaci: due cariche degli avanti una off 9, con una bella palla spostata da Connors per Beirne (mai fatto dai nostri avanti) e una off 10 che regala a Sexton una decina di metri di avanzamento e il tempo necessario per eseguire un buon calcio e spostare il baricentro del gioco nei 22 metri difensivi italiani.

Ricapitolando la partita di Dublino ha mostrato grosse difficoltà offensive legate ad un piano di gioco forse troppo ambizioso per il momento attuale della nostra nazionale.

Sembra emergere una volontà di giocare ad alto ritmo muovendo il pallone in assenza, però, di un costante avanzamento a contatto, di qualità nella pulizia delle ruck – la doppia cifra nel tabellino dei turnover concessi parla da sé –  e, problema più grave di tutti, di una precisa idea di cosa fare e senza un chiaro piano B.