Siamo fortunati, il palinsesto ci favorisce: partire con una partita dell’Italia ci fa godere ancora di più i match successivi, il gioco espresso e l’effort impiegato dalle altre nazionali.

Il primo tempo contro gli All Blacks aveva lasciato buone sensazioni – senza parlare di illusioni – condivise anche da Crowley che, consapevole del lavoro da fare, ha parlato di una “ linea sulla sabbia” sulla quale costruire il nostro futuro ovale.

Bene, è passata un’onda chiamata Argentina e quella linea è sparita nell’acqua e la battigia è tornata liscia come prima.

Tanti, troppi passi i indietro visti, sia in mischia che in touche, soprattutto. Se da un lato si sono viste buone cose nel breakdown, dove abbiamo recuperato più di un pallone, dal punto di vista di handling, gioco in aria e ricircolo del pallone l’involuzione è evidente. 

L’Argentina ha fatto le cose semplici, le ha fatte bene e ci ha fatto male in tutte le zone del campo. Ma ci ha messo quella che viene comunemente chiamata “garra”, metafora spagnola che descrive convinzione e persuasione, che a noi è mancata per grandissima parte del confronto. Vedasi le mete di Moroni e di Cordero a conferma di quanto sia stato facile arrivare oltre la linea di meta senza particolari problemi.

Stesso discorso vale per l’ultima azione in attacco dell’Italia, quando siamo arrivati sulla linea dei cinque metri per poi tornare indietro fino ai ventidue, perdere il pallone e ribaltare la situazione con l’Argentina che, dopo un paio di fasi, decide di far finire la partita con il calcetto di Matera fuori dal campo.

Abbiamo una rosa tutto sommato giovane che sta cominciando a macinare presenze nei campionati internazionali (Garbisi, Ceccarelli e Mori in Francia, Fuser, Varney, Minozzi e Riccioni – a cui va un enorme abbraccio per l’infortunio e i migliori auguri da parte di tutti per il decorso del brutto infortunio subìto – in Premiership) ma collettivamente non riusciamo a tenere il confronto dal punto di vista mentale.

A riguardo ci viene in mente la spiegazione ricevuta da un head coach, molto disponibile e onesto, dopo una vittoria contro le Zebre:

“Il problema è psicologico. La partita è stata particolarmente fisica, ma di base sappiamo che se veniamo qui e giochiamo bene, possiamo vincere di trenta”.

E ci sembra che la situazione della nostra Nazionale maschile sia esattamente quella.

La squadra, come detto, è ancora giovane e il percorso di crescita non si esaurirà certo in tempi brevi. Però, quando manca l’esperienza – dalla quale arriva, fisiologicamente, anche la piena competenza del ruolo in campo – bisogna compensare con la grinta, la rabbia e il desiderio non solo di cercare di fermare l’avversario, ma di riconquistare l’ovale ad ogni costo.

Forse i giocatori sono quelli che hanno meno torto e, come sempre, le colpe che ci sono oggi ricadono su chi c’era ieri, che a sua volta incolpa gli attori precedenti e così via.

Ma probabilmente la colpa è soprattutto nostra, che ancora ci incazziamo.