Il sesto 6 Nazioni consecutivo della nostra storia chiuso con il numero 0 alla voce “vittorie” è solo l’ultimo tassello di un puzzle che porta chi scrive a fare, per l’ennesima volta, una considerazione.

Abbiamo perso il treno.

Ma quale treno? È presto detto, il treno del rugby professionistico, il rugby che conta.

Un treno passato più volte, su cui avremmo potuto salire in più di un’occasione ma che, arrivati ormai al 2021, temiamo di aver perso.

Dall’avvento del professionismo nel mondo del rugby, datato 1995, il rugby si è evoluto in ogni aspetto, dentro e fuori dal campo, portando a grossi stravolgimenti e rivoluzioni. Un percorso di cambiamento al quale l’Italia ha avuto la possibilità di partecipare, entrando nel 2000 nel torneo più prestigioso.

L’ingresso nell’Olimpo del rugby ha dato al nostro movimento un’iniezione di entusiasmo, visibilità e disponibilità economiche mai viste prima nel nostro sport e che erano necessarie per colmare il gap con le nazioni più blasonate. 

Sono passati vent’anni da quel momento e guardando a dove siamo rispetto a dove eravamo, quanta strada è stata fatta?
Ma soprattutto, quanta strada è stata fatta rispetto agli altri paesi con i quali vogliamo confrontarci? 

Possiamo dire che c’è stato un periodo, a cavallo tra il 2007 e il 2013, in cui sembrava che il gap con le nazioni più forti si stesse chiudendo. Era il periodo in cui ci siamo ritrovati a un calcio di punizione di distanza dai quarti di finale di una Coppa del Mondo; in cui ogni tanto si riusciva a vincere contro l’Irlanda, contro la Francia, contro il Galles; in cui si riusciva a portare 80000 persone a San Siro per gli All Blacks. 

Quei risultati e quel gruppo di giocatori erano figli di un mondo e di un sistema molto diverso rispetto a quello attuale. Era un mondo che proveniva dall’era precedente al professionismo e che era in grado di produrre giocatori di qualità, ma che per necessità doveva cambiare per tenere il passo delle nuove esigenze del rugby moderno e professionistico. 

Purtroppo è evidente che il cambiamento c’è stato, ma non è stato quello giusto, necessario per entrare in pianta stabile nel rugby di alto livello. 

È bene precisare che questa transizione non è stata semplice neanche per gli altri paesi e federazioni: in Scozia hanno faticato molto per trovare una quadra e costruire un sistema all’altezza; in Galles la costruzione delle franchigie – che hanno rimpiazzato i club storici – ha creato malumori non ancora totalmente placati; l’Australia ha incontrato difficoltà economiche e la competizione di altri sport.

Insomma, problemi generali, più o meno ardui da superare in tutto il mondo ma comunque un’altra storia rispetto alla nostra.

Chi scrive non ha né le competenze né le conoscenze per dire cosa non ha funzionato e perché, ma è evidente che le cose non sono andate come speravamo, e questo è sotto gli occhi di tutti.
Basta guardarsi attorno e confrontarsi con le altre realtà in termini di disponibilità economiche, seguito di pubblico, strutture a disposizione, competenze, produzione di giocatori in termini di qualità e quantità per rendersi conto che il gap che era presente 20 anni fa è ancora lì, e forse si è allargato.

 E quello che fa più paura è che il sistema di sviluppo di un movimento sportivo è un qualcosa che si auto alimenta: più lavori bene, più cresci e soprattutto cresci più velocemente. 

Se guardiamo le altre nazionali di Tier 1 è inevitabile pensare che loro siano già sul Frecciarossa mentre noi, ancora in attesa di scegliere la destinazione, siamo ancora fermi in biglietteria.