Cosa resta dell’eredità di Conor

Il tecnico irlandese lascia dopo tre anni, ma il lavoro è tutt’altro che completato.


“Le nomine del nuovo Commissario Tecnico, del suo assistente e del Responsabile della Direzione Tecnica per la formazione segnano, per FIR, un cruciale punto di svolta. Abbiamo identificato non solo tre figure di altissimo profilo, ma tre risorse che, per i propri percorsi professionali, sono in possesso di quelli che riteniamo siano i requisiti più adatti per contribuire allo sviluppo del nostro movimento.”

Con queste parole, il 24 marzo del 2016, il Presidente della FIR Gavazzi annuncia l’ingaggio dell’ancora Director of Rugby degli Harlequins, Conor O’Shea, alla guida della Nazionale italiana.

2016 – Anno 0, si riparte.

La situazione in quel marzo non è particolarmente positiva, né disastrosa.

Brunel ha fatto, in fin dei conti, un buon lavoro.
A lui dobbiamo uno dei migliori 6 Nations della nostra storia – un quarto posto nel 2013, replica del piazzamento 2007 a guida Berbizier– e l’ultima vittoria nella competizione fino ai giorni nostri, contro la Scozia nel 2015.
Ma il contratto sta per scadere, ha già un accordo per tornare in patria ad allenare gli avanti dell’Union Bordeaux Bègles e un mese prima l’Italia ha portato a casa l’ennesimo cucchiaio di legno, simbolo di un ciclo ormai concluso.

È il momento perfetto per cambiare marcia, cercare di spostarsi da quel limbo tra la dodicesima e la quattordicesima posizione nel ranking mondiale – che ha valore relativo, ma sempre indicativo – in cui siamo dal 2014 e, soprattutto, fare quello che ha fatto un certo Eddie Jones con il Giappone. Trovare un’identità di gioco che possa funzionare per il gruppo azzurro attuale e quelli futuri.

Un gioco all’italiana, per intenderci, che sappia sfruttare le qualità specifiche dei nostri giocatori di punta; che metta in difficoltà le altre squadre e le costringa ad adeguarsi alle nostre scelte; che riesca a fornire spunti di sviluppo per le nazionali giovanili e le Accademie; che, infine, ci faccia vincere partite con continuità, grazie a meriti nostri e non a demeriti altrui.

Un gioco all’italiana che, sempre per intenderci, non c’è mai stato.

The Italian Job

I dati rappresentati ci parlano di una profondità non eccezionale – 70 giocatori impiegati in 40 partite – e di una pressoché costante propensione al gioco in prima fase. Il divario nel numero di passaggi effettuati tra i mediani e il resto della squadra è evidente, in parallelo con il computo di palloni portati – dove spiccano Steyn, Parisse, Negri e Polledri – nota a margine, tutti giocatori nati e cresciuti, non solo rugbisticamente, fuori dal circuito italiano.

In parole povere, i mediani passano, le terze linee entrano e solo – troppo – poche volte siamo andati in meta al largo con le ali o gli estremi.

2019 – Anno 0, parte seconda?

26 febbraio 2017. L’Italia sfida in trasferta l’Inghilterra e la coppia O’Shea-Venter – allora allenatore della difesa – ci consegnano la splendida tattica, successivamente chiamata “Fox” dai media inglesi, di non formare la ruck e essere liberi di ostruire tutte le linee di passaggio al mediano di mischia inglese, sotto gli occhi increduli del pubblico di Twickenham. Le Roses avranno la meglio – l’effetto sorpresa durerà poco più di un tempo e le contromisure dettate da Jones daranno i loro frutti – ma quel giorno l’Italia è diversa, per tutti: finalmente portiamo qualcosa di nuovo, di sorprendente, di nostro.

Battute sulla famigerata furbizia italiana a parte, possiamo dire che, almeno una volta, abbiamo giocato “all’italiana”. Ma, se vogliamo davvero cominciare a contare – e a divertirci – ci serve molto di più. L’impatto di Conor è stato evidente soprattutto nella rivoluzione della struttura e del sistema tecnico federale – grazie anche all’impegno di Stephen Aboud, Responsabile della Formazione di giocatori e allenatori – che comincerà a dare risultati tra qualche anno, non prima.
Probabilmente sarà proprio un allievo di questo programma ad attuare – finalmente – quell’idea di gioco che ci darà quella personalità che ci manca, ma il movimento deve continuare in questa direzione. Altrimenti, di quella splendida intuizione di settembre raccontata sopra, rimarranno solo un sacco di meme in rete.

Nell’Italia andata in Giappone per i Mondiali solo 13 giocatori su 31 provenivano dalle Accademie. Mentre 9 di quei 31 vantavano una formazione fuori dai confini italiani. Il fallimento politico e sportivo di questo progetto è sotto gli occhi di tutti e si ripercuote pesantemente sui conti federali. Senza giocatori di livello internazionale, preparati sulla tecnica e sulla tattica individuale, viene a mancare la base su cui fondare tutto il nostro futuro.

Le elezioni federali sono alle porte e, dopo aver augurato il miglior lavoro possibile a Franco Smith, vogliamo rivolgere un consiglio e una richiesta, usando famose e Manzoniane parole, a chiunque verrà eletto a capo della nostra Federazione.

Presidente,
bada a chi sei davanti,
pesa le parole,
e sbrigati.